Tag: alberi

Too big to fail? Come gestire gli alberi in città?

Le dimensioni raggiunte da alcune piante fanno sì che gli alberi divengano monumenti a se stessi.
Da salvaguardare, purché non si trasformino in caduti.

Re sole. Così veniva chiamato Luigi XIV mentre era alla guida della Francia del diciassettesimo secolo. Il secolo dei lumi, ossia quello nel quale iniziarono a essere poste le basi per il pensiero moderno. Non solo: in un certo senso, si posero le basi – talvolta dimenticate – di una gestione razionale del verde, scevra di sentimentalismi.
Decenni dopo, Luigi XVI – soprannominato Luigi l’Ultimo dai contemporanei e l’Ultimo sole da alcuni storici – chiese al pittore Hubert Robert di realizzare alcune tele per testimoniare le ampie operazioni di abbattimento eseguite nella reggia di Versailles. Rimozioni dettate non tanto dal capriccio di un sovrano, quanto piuttosto dalla volontà di conservare la bellezza e la valenza paesaggistica di quei luoghi, a vantaggio delle generazioni successive. Nel 1793, sebbene per questioni tutt’altro che inerenti la gestione del parco, la testa di Luigi XVI ruzzolò in Place de la Concorde.

Il ricambio generazionale è fondamentale anche nel mondo vegetale: una popolazione arborea senescente diventa facile preda di patogeni e parassiti – che banchettano alle spese degli individui sani – e favorisce l’instaurarsi di un circolo vizioso che porta al deperimento di interi parchi. Se oggi possiamo godere dei giardini di Versailles, parte del merito deve essere riconosciuto anche agli interventi “drastici” promossi dall’Ultimo sole.

La realtà professionale

Sovente nell’attività professionale capita di scontrarsi con committenti che si ostinano a volere conservare alberi in condizioni fitostatiche chiaramente precarie: “che bella quercia, l’ha piantata il nonno quando ha costruito la casa e, d’estate, alla sua ombra ci giocano i nipotini”. Poco importa se è cariata, presenta radici strozzanti e grandi branche secche e, magari, sotto la chioma ci giocano, appunto, i nipotini. Talvolta, si arriva al caso di condòmini che suggeriscono la capitozzatura pur di evitare l’abbattimento, giustificando l’intervento brutalmente cesoreo con la lentezza di accrescimento della pianta di sostituzione. Certamente si tratta di situazioni che fanno da contraltare a committenti che vorrebbero abbattere gli alberi perché – guarda caso – perdono le foglie, tuttavia non ci si può accontentare della media di Trilussa.

Il problema è di carattere culturale: manca la cultura dell’albero. Come per tutti gli esseri viventi, anche per gli alberi si giunge a un punto di non ritorno oltre il quale la pericolosità della pianta non è più tollerabile, un punto oltre il quale solo gli incoscienti possono avventurarsi.

Agronomo Milano valutazione stabilità alberi VTA

 

Albero, chi dovrebbe essere costui?

La gestione dell’albero non può prescindere dalla corretta definizione di “albero”. Quest’ultimo può essere definito come organismo vegetale complesso, caratterizzato da accrescimento secondario e dalla presenza contemporanea di organi (radici, colletto, fusto, rami, foglie) in reciproco equilibrio fisiologico, strutturale ed energetico.
Se alcuni di questi elementi dovessero venire meno, l’albero potrebbe trasformarsi in “non-albero”.
L’assenza di chioma a causa di capitozzature può trasformare una quercia in un “palo telegrafico” e un cedro
in un “appendiabiti”: visioni tutt’altro che amene. Ecco perché spesso, da un punto di vista paesaggistico, l’eliminazione di certi soggetti può essere considerata un intervento auto-compensativo. Nonostante la riduzione momentanea di biomassa, sostituire ciò che è brutto – o meglio ciò che non è albero, magari pericoloso – con una pianta giovane, ben conformata e adatta al contesto è un intervento da promuovere sempre, a prescindere da aspetti emotivi o emozionali.

I veri monumenti

Definito cos’è albero e cosa non lo è (più), è opportuno smentire un’equazione di primo grado che capita spesso
di sentirsi formulare nella pratica professionale: abbattere un albero annoso perché senescente e instabile è come uccidere una persona anziana malferma sulle gambe. L’antropomorfizzazione dei vegetali è quanto di più deleterio abbia prodotto la moderna filosofia ambientalistico-arboricola elaborata nei salotti (anche televisivi) davanti a una rivista patinata e a una tazza di tè. L’interpretazione dei sintomi e delle dinamiche patologiche vegetali sulla base dell’esperienza propria degli essere umani impedisce di cogliere alcune differenze sostanziali:

  • i vegetali non sono in grado di guarire, possono limitarsi – se vi riescono – a compartimentare l’infezione, ossia a impedirne la diffusione nei tessuti sani,
  • i vegetali possono apparire rigogliosi – è sufficiente che il floema sia sano – ma essere completamente cavi e, quindi, estremamente deboli dal punto di vista strutturale con la conseguenza che possono schiantare senza preavviso e con grave danno,
  • gli alberi non sono in grado di spostarsi e, quindi, di allontanarsi dai fattori che possono favorire l’insorgenza o l’aggravarsi di malattie (quali eccessiva umidità, gelo, scavi nei pressi delle radici); per questo, soprattutto in contesti caratterizzati da sesti di impianto molto fitti, è importante limitare gli inoculi, anche tramite l’asportazione della necromassa e degli alberi deperenti.

È quindi evidente che non è sufficiente l’età anagrafica per classificare un albero come monumentale. Una farnia capitozzata, per quanto annosa, non può essere considerata degna di tutela: sarebbe come salvaguardare un palo infisso nel terreno. Al contrario una farnia, pur malandata, che sta abbandonando autonomamente parte della propria chioma (autopotatura) può rivestire interesse botanico, oltre che storico, e quindi merita misure di salvaguardia e conservazione, sempre che questa sia compatibile con la fruizione sicura dell’area o che l’area sia precludibile al pubblico. Analogamente, sono giustificabili gli interventi in favore di rarità botaniche piuttosto che di soggetti riconducibili a personaggi di rilievo o epoche particolari.

Illuminiamoci di più

Occorrerebbero anche oggi persone più illuminate: dai committenti ai giardinieri. Purché il nuovo illuminismo
non si trasformi in positivismo ossia in assoluta esaltazione della ragione e della “matematica” come strumento per la gestione del verde. Per esempio, se si considerano i sempre più sofisticati strumenti a disposizione della valutazione di stabilità degli alberi, ci si rende conto che, ormai, questi mirano a sostituirsi al professionista: nella percezione comune lo strumento è in grado di fornire dati quantitativi, mentre il dottore agronomo (o il dottore forestale) si limita a “semplici” pareri. Tuttavia è necessario considerare che, al fine di cogliere la complessità del sistema albero, non è sufficiente un dato numerico – per quanto graficamente ben presentato – se mancano la sensibilità e l’esperienza tipiche del professionista. Quest’ultimo non può limitarsi alla mera esecuzione dell’incarico, bensì deve prodigarsi per la diffusione di un approccio tecnico-scientifico alla gestione dell’albero in città. Si tratta di un compito educativo prima ancora che divulgativo, con evidenti risvolti di carattere etico e sociale, perché è di valori sociali – paesaggio, sicurezza della fruizione – che si sta parlando.
L’ambientalismo di maniera, invece, tende a divulgare un verbo che, a ben guardare, è in aperto contrasto con i principi che promuove: conservare a tutti i costi significa fare invecchiare il patrimonio vegetazionale, indebolirlo, favorire la diffusione delle fitopatie. Come nel campo museale, anche in arboricoltura, la valorizzazione del patrimonio non può limitarsi alla sola conservazione. Al contrario, è necessario fare ruotare le opere, sostituendole periodicamente con quelle solitamente lasciate nei magazzini. Sarebbe opportuno diffondere una cultura del ricambio, dell’avvicendamento, di un paesaggio in continuo divenire. Un paesaggio mutevole, come mutevoli sono i gusti e le mode in campo ornamentale, senza preclusioni nei confronti di specie non autoctone: d’altra parte non viviamo forse in un mondo globalizzato?
Nulla è troppo grande o vecchio per durare in eterno.
Nulla è too big to fail (ce lo ricorda anche la lunga crisi finanziaria). Per questo occorre prestare attenzione a
non cedere ai sentimentalismi (l’albero piantato dal nonno, l’albero che se lo si taglia chissà quando lo si ri-
pianta e quanto tempo impiega a ricrescere). Gli alberi devono essere valutati in modo razionale e professionale: solo un approccio olistico consente una visione completa del sistema albero e del complesso equilibrio energetico e morfofisiologico che lo governa.

Per valutare i tuoi alberi affidati a professionisti preparati. Contattaci cliccando qui.

Adottiamo metodi avanzati per la valutazione della stabilità degli alberi e siamo tra i primi in Italia a utilizzare il metodo quantitativo QTRA per la valutazione del rischio associato alla presenza di alberi.

Articolo originariamente pubblicato da Luca Masotto sulla rivista Intersezioni.eu